Aleksej Tolstoj (1828-1910)

Brano tratto da "La morte di Ivan Il'ic", Traduzione di T. Landolfi, Adelphi, 1996


Tolse i piedi e si coricò sul fianco, ed ebbe pietà di se stesso.
Aspettò solo che Gerasim avesse raggiunta la camera accanto e non si tenne più, scoppiò a piangere come un bambino. Piangeva sul suo abbandono, sulla sua terribile solitudine, sulla crudeltà degli uomini, sulla crudeltà di Dio, sul fatto che Dio non esisteva.
"Perché tutto questo? Perché m'hai Tu menato qui? perché, perché mi tormenti così orribilmente?..."
Non aspettava risposta e piangeva perché risposta non c'era e non poteva esserci. Il dolore riprese, ma lui non si mosse, non chiamò. "Su, ancora," diceva fra sé "su, colpisci! Ma perché? Che cosa T'ho fatto, perché?".
Poi si calmò, smise non solo di piangere, ma di respirare quasi e si fece attentissimo: pareva ascoltare non una voce che parlasse a suoni, ma la voce dell'anima, il corso dei pensieri che s'agitavano in lui.
<<Che vuoi?>> fu la prima domanda inesprimibile a parole che udì. <<Che vuoi? Che vuoi?>> ripeté a se stesso. <<Che voglio? Non soffrire, voglio. Vivere>> rispose.
E di nuovo si fece attento, d'un'attenzione tanto tesa che neppure il dolore lo distraeva.
<<Vivere? Vivere come?>> chiese la voce dell'anima.
<<Si, vivere; come vivevo prima: bene, gradevolmente>>.
<<Ma come vivevi prima, davvero bene e gradevolmente?>> chiese la voce. Ed egli cominciò a riandare coll'immaginazione ai più bei momenti della sua gradevole vita. E - strano - tutti quei bei momenti d'una piacevole esistenza gli apparivano ora tutt'altra cosa da ciò che gli erano apparsi allora. Tutti, tranne quelli dell'infanzia...