Dante Alighieri (1265-1321)

Brano tratto da "La Divina Commedia-Inferno", a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, 1955


106 Io e i compagni eravam vecchi e tardi

107 quando venimmo a quella foce stretta
108 dov' Ercole segnò li suoi riguardi,

109 a ciò che l' uom piú oltre non si metta:
110 dalla man destra mi lasciai Sibilia,
111 dall' altra già m' avea lasciata Setta.

112 - O frati, - dissi, - che per centomila
113 perigli siete giunti all' occidente;
114 a questa tanto picciola vigilia

115 de' nostri sensi ch' è del rimanente,
116 non vogliate negar l' esperienza,
117 diretro al sol, del mondo sanza gente.

118 Considerate la vostra semenza:
119 fatti non foste a viver come bruti,
120 ma per seguir virtute e conoscenza.

121 Li miei compagni fec' io sí aguti,
122 con questa orazion picciola, al cammino,

123 che a pena poscia li avrei ritenuti.

124 E, volta nostra poppa nel mattino,
125 de' remi facemmo ali al folle volo,
126 sempre acquistando dal lato mancino.

127 Tutte le stelle già dell' altro polo
128 vedea la notte e il nostro tanto basso
129 che non surgea fuor del marin suolo.

130 Cinque volte racceso e tante casso
131 lo lume era di sotto dalla luna,

132 poi ch' entrati eravam nell' alto passo,

133 quando n' apparve una montagna, bruna
134 per la distanza, e parvemi alta tanto
135 quanto veduta non n' avea alcuna.

136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
137 ché della nuova terra un turbo nacque
138 e percosse del legno il primo canto.

139 Tre volte il fe' girar con tutte l' acque;

140 alla quarta levar la poppa in suso,
141 e la prora ire in giú, com' altrui piacque,

142 infin che il mar fu sopra noi richiuso ».