Eschilo (525 ac - 456 ac)

Brano tratto da "Prometeo incatenato", traduzione di E. Mandruzzato, da "Il teatro greco-Tutte le tragedie, Sansoni, 1980


Corifea Inchinarsi alla Nemesi è sapienza.
Prometeo Adora, prega, adula il forte, sempre!
Di Zeus m'importa meno che di nulla.
Si muova, regni questo breve tempo, come vuole. Il suo regno non è lungo.
Ma chi vedo: ecco il portaordini di Zeus, ecco il valletto del signore nuovo.
Porta un nuovo messaggio, non c'è dubbio.
Ermete Tu, il primo dei sapienti, tu, il più amaro dei cuori amari, il peccatore, il dio che divise la gloria degli dei con gli uomini che passano, e rubasti il fuoco, parlo a te: il Padre ordina si dica di che nozze vai gridando, da chi sarà abbattuto il suo potere: e senza enigmi, ma preciso e chiaro.
Prometeo, fa' che non ritorni ancora: vedi che Zeus così non si ammansisce.
Prometeo Parole gravi, dense di pensiero , le tue: quelle d'un servo degli dei.
Siete signori nuovi, e vi pensate d'abitare la rocca dell'eterna serenità: ma da quella rocca ho sentito cadere due sovrani.
Il terzo lo vedrò crollare presto e con più obbrobrio. Credi che io tremi, che m'inginocchi innanzia ai nuovi dei?
Come poco ci penso. Dunque, sbrigati, rifà la strada da cui sei venuto.
Ermete Eppure tali gesti d'arroganza ti hanno fatto approdare a questi mali.
Prometeo Questa sventura non la cambierei con la servitù, sappilo bene.
Meglio essere schiavi a questa pietra che i messi di fiducia di Zeus padre: e rendo questa offesa a chi mi offese.