Gustave Flaubert (1821 - 1880)

Brano tratto da "La signora Bovary", Traduzione di G.Achilli, Rizzoli, 1977


Quando ella ebbe un figlio, bisognò darlo a balia. Tornato in casa, il marmocchio fu viziato come un principe. La madre lo nutriva a marmellate; suo padre lo lasciava correre scalzo, e , per atteggiarsi a filosofo, diceva che avrebbe potuto andare anche nudo, come i piccoli degli animali. Contrariamente alle tendenza della madre, egli aveva un certo ideale virile dell'infanzia, e cercava di formare il figlio secondo questo suo ideale, esigendo che lo si allevasse duramente, alla spartana, per dargli una costituzione robusta. Lo faceva dormire in una camera non riscaldata, gl'insegnava a buttar giù grandi sorsi di rum, e ad insultare le processioni. Ma, di natura pacifica, il piccolo non rispondeva a tanti sforzi. Sua madre se lo tirava sempre dietro; gli ritagliava le figurine, gli raccontava le favole, s'intratteneva con lui in monologhi interminabili, colmi di gaiezze malinconiche e di garrule moine. Nel suo isolamento, essa trasferì su quel capo infantile tutte le aspirazioni disperse, infrante. Sognava per lui posizioni elevate, già lo vedeva cresciuto, bello, intelligente, avviato alla carriera di ingegnere o magistrato. Gl'insegnò a leggere, e perfino accompagnandosi con un vecchio piano, a cantare due o tre romanzette. Ma a tutto questo il signor Bovary, che poco si curava della cultura, obiettava che non ne valeva la pena!