Giovanni Verga (1840-1922)

Brano tratto da "Mastro Don Gesualdo", Mondadori, 1985


Intanto la casa di don Gesualdo era messa a sacco e ruba egualmente.
Vino, olio, formaggio, pezze di tela anche, sparivano in un batter d'occhio.
Dalla Canziria e da Mangalavite giungevano fattori e mezzadri a reclamare contro i figliuoli di massaro Fortunato Burgio che comandavano a bacchetta, e saccheggiavano i poderi dello zio, come fosse già roba senza padrone.
Lui, poveraccio, confinato in letto, si rodeva in silenzio; non osava ribellarsi al cognato e alla sorella; pensava ai suoi guai. Ci aveva un cane, lì nella pancia, che gli mangiava il fegato, il cane arrabbiato di San Vito martire, che lo martirizzava anche lui. Inutilmente Speranza, amorevole, cercava erbe e medicine, consultava Zanni e persone che avevano segreti per tutti i mali. Ciascuno portava un rimedio nuovo, dei decotti, degli unguenti, fino la reliquia e l'immagine benedetta del santo, che don Luca volle provare colle sue mani.
Non giovava nulla. L'infermo badava a ripetere: - Non è niente... un po' di colica. Ho avuto dei dispiaceri. Domani mi alzerò...Ma non ci credeva più neppur lui, e non si alzava mai.
Era ridotto quasi uno scheletro, pelle e ossa; soltanto il ventre era gonfio come un otre. Nel paese si sparse la voce che era spacciato: la mano di Dio che l'agguantava e l'affogava nelle ricchezze.